E’ passato mezzogiorno e siamo ancora qui. Naturalmente non siamo partiti, nonostante le assicurazioni di quello dell’agenzia.
Ma adesso si è capito forse il perché. Dall’Italia non ci hanno segnalato all’Air Algerie come in partenza da Tam per Algeri: come gruppo non esistiamo proprio.
E fino all’8, e forse al 9, non ci sono voli liberi.
Qualcuno va a Tam per tentare di mettersi in comunicazione con casa. Chissà se ci riusciranno. L’attesa si prolunga, il morale, abilmente mimetizzato da euforia, è a terra. Ma il gruppo d’assalto sguinzagliato in città ha avuto 1000 idee: oltre a comprare viveri per tutti si sono rivolti alla polizia, da lì a quella di frontiera, poi all’Air Algerie, alla Posta per tentare di telefonare al consolato (ma niente da fare), al Ministero dell’Interno, due telex, Pic ad Avventure nel Mondo, Ettore dalla torre di controllo all’Air Algerie di Algeri. Qualcosa comincia a muoversi, si sente nell’aria. Euforia forse esagerata. Intanto è partito il telegramma per casa.
All’una e passa qualcuno è ancora scettico, ma fino alle 2 ad Algeri, all’Air Algerie, non riprendono a lavorare. Intanto si prospettano le soluzioni più svariate: prendere un pullman, ma sono 4 giorni di viaggio se tutto va bene; o un’auto, ma costa un milione, e poi pare che le strade siano interrotte per piogge e inondazioni, che ci sia stato anche qualche morto nel Nord. Ma ad un certo punto arriva un telex da Algeri, alla torre di controllo, a Robert-pas-de-problèmes. Dice che in seguito alle forti pressioni, resisi conto della situazione, forse anche in seguito all’intervento della polizia alla quale avevamo chiesto asilo (rischiavamo di rimanere senza soldi), stanno allestendo tre voli speciali per i prossimi giorni. Qualcuno non ci crede, io sì. All’improvviso, materializzatosi dal nulla, venuto in volo da Djanet con un aereo che noi non potremo prendere, ecco Kirani. Pic crede in un miraggio, ma è proprio lui. In alto i cuori: la magia riesce. Partono ben 12 dei 32 italiani, perché ormai siamo un gruppo unico, unito dalla sventura: i 4 romani, i 2 milanesi, Paolo lo spolverino, Steno che rischia il licenziamento, Rossella, Bea. La magia riesce anche perché “la sala d’aspetto” è stranamente semivuota: ci sono davvero dei posti liberi. Josè è un po’ inviperito: gli scade il visto il 4, deve andare a Parigi, ecc., ecc. Affanno frenetico, quando non si sa ancora chi parte, chi vuol portare le valigie da Robert che le controllerà per la notte, chi le vuole tenere lì. Qualcuno ha un po’ i nervi a fior di pelle. E chi non parte, dove dormirà? Robert potrebbe ospitare 12 donne, si potrebbe ricercare Moktar, al camping non hanno più posto, all’Hotel ci sono 2 sole camere, campeggiare intorno all’aeroporto non si può più: pareva di sì (dalla torre di controllo), ma la polizia ha detto di no nel raggio di 5 km.
Appollaiati, coricati, seduti per terra, abbiamo perso ogni dignità.
La torre di controllo tuttavia è la nostra centrale operativa e questo ci dà sicurezza. Infatti è di lì che, aumma-aumma, riusciamo improvvisamente a trovare 8 camere all’Hotel: 32 – 12 ci staranno ottimamente. E poi, caricati i bagages nella torre, animo e spalle leggeri, chi in auto, chi in pullman, si torna al Tahat, zozzo quanto mai. Noi riformeremo il Trio Lescano con Pic.
Terza passeggiata di Doro a Tam, dove era già andato per cambiare al nero (che è tre volte quello ufficiale): acquisto di gri-gri e schesch.
Cena con ospite Robert, giro interessato all’aria aperta (i gabinetti del Tahat sono impraticabili), controllo cassa, sempre più vuota, e notte.
Chissà quelli ad Algeri come se la stanno passando e se hanno telefonato a casa. I 2 padovani, “i tristi”, sono proprio 2 stronzi: e questa è la considerazione finale.
3/1/1985 Giovedì
Sveglia alle 7, colazione: primo casino, il pullman è venuto a prenderci alle 7 e se n’è già andato. Affanno: ai taxi non si può telefonare, passano loro (quando gli gira) e Kirani aveva detto ieri di essere all’aeroporto “alla” otto. Sono già quasi le otto. Ma in qualche modo, alla spicciolata, i biglietti in testa, si arriva. Tira una brutta aria: non solo è nuvolo, ma la “sala d’aspetto” è piena, piena che di più non si può. Bagagli, gente sparsa, gruppi. Ci stringiamo a fortificazione intorno ai nostri, già recuperati dalla torre, e comincia l’assurdo. L’impensabile, ancora una volta, è realtà. Il bancone, che è poi un muretto di cemento, è preso d’assalto, gente che ci sale sopra a cavalcioni, in ginocchio, in piedi, urlante, sporca, impolverata, bianca, nera, marroncina, con scarponi Asolo, tacchi a spillo consumati, vecchi mocassini logori, infradito. Non si respira fra fumo, polvere, puzze varie. La ressa si infittisce, arrivano i poliziotti in grigio-verde, con elmetto bianco e striscia rossa, sottomento che invece sta sotto al naso, manganello di legno tragicamente usurato o malamente scolpito. La loro caratteristica precipua è di essere di un buon mezzo metro più bassi della statura media. In compenso strillano e roteano manganelli.
Passano fortunati in qualche modo, orribilmente pressati, spinti, schiacciati, scaraventati. Le urla dal bancone sono allo spasimo, la polvere volteggia, ad un certo punto volteggiano anche dei bagagli: sono alcuni francesi che hanno pensato di fare una catena per far passare i propri. Che organizzazione! Arriva però un poliziotto che si ferma nel punto più opportuno per interrompere la catena. Ma ecco che arriva Giorgio C. con una notizia: partiamo anche noi! Abbiamo 20 carte d’imbarco! Urla di gioia e di incredulità. La tensione crolla. A me sfuggono lacrime. Volano i bagagli nostri con ritmo perfetto, con loro noi, metaforicamente.
Altra massacrante impresa per entrare nell’anti-sala d’imbarco. Ancora casino, perché stiamo per imbarcarci sull’aereo sbagliato, quello per Costantine. Chiarimento. Attesa. Si smangiucchia. Poi, dopo qualche attimo di grottesco incidente (manca la maniglia per aprire la porta della sala d’imbarco, di qua bussano, di là urlano), risolto dal capo poliziotto che arriva trionfante con la maniglia, si passa una “meticolosa” (!!) perquisizione dei bagagli e poi finalmente all’aperto (ma prima assistiamo alla multicolore sfilata dei passeggeri in arrivo).
Ultima suspence: hanno scoperto la bombola di gas in uno zaino. Kirani interviene.
Si sale in aereo, ma forse i bagagli sono sull’altro, già, perché ce ne sono due, uno dei quali straordinario. Chissà. Alle 12,30 rolliamo, il Boeing 737 dell’Air Algerie decolla alle 12,40. L’arrivo ad Algeri è previsto fra 2 ore e 15 minuti. Riusciremo a prendere l’aereo per Roma delle 15? E’ quasi impossibile. Ma intanto, sospesi in quel cielo, mi sento male: non è il fisico, è la mente che vacilla. Ce ne andiamo finalmente, eppure vorrei restare. Il deserto laggiù mi affascina, mi attrae, mi afferra l’anima.
Fino a mezz’ora fa avremmo fatto carte false per partire e adesso mi vien da piangere. Ma è proprio vero che esiste il mal d’Africa? E’ una sottile tristezza, una subdola malinconia, è voglia di restare, è voglia di inginocchiarsi sulla sabbia, di toccarla, di farla scorrere fra le dita, di sentire il vento, di rincorrere il silenzio, di guardare il cielo stellato, di pensare ai poveri bimbi dagli occhietti cisposi, ai Tuareg dagli occhi neri, a quell’universo fatto di niente, a quel niente fatto di tutto, di attesa, di contemplazione, di umanità, di poca erudizione, forse, ma di ricchezza d’animo. E’ l’Africa, o il nostro sogno d’Africa? E’ un miraggio di vita, di pensiero, di sensibilità? O è la vita, il pensiero, la sensibilità? Africa, a presto, ancora una volta.
L’aereo a Roma non si prende, nonostante le chiamate via aereo per trattenerlo. Le formalità doganali sono troppo lunghe. Allora si cerca affannosamente di cambiare il volo per Milano e Pic ci riesce grazie a un certo Kouba, anche se qualcuno resta ad Algeri. Visita al lussureggiante duty-free di Algeri, acquisto di datteri.
Saliamo così alle 20 sul DC 9 per Milano, dopo check-in, passaggio dogana, passaggio metal detector, passaggio perquisizione, il tutto accelerato dal predetto Kouba.
Pic sale in 1° classe (omaggio dell’Alitalia, che si vede di colpo 20 passeggeri in più), ma non saprà trattenersi alla vista della pagnottina che rotola per terra dal vassoio: la raccoglierà e se la mangerà. Che strazio!
Noi intanto siamo estasiati. L’aereo è bello, moquettato di verde come le divise delle hostess, tutte profumate (che strana sensazione!). Ci offrono giornali e poi, con generale sorpresa, un vassoio arancione. Lo apriamo e oh! L’”italian style” è veramente sopraffino. Tutto è incartato e sigillato, tutto è in ordine: una fettina impanata e due di arrosto, insalata, crek, pagnottina, sale, pepe, zucchero, latte in polvere, salviettina profumata, tovagliolino, bicchiere sigillato e doppio, chianti Ricasoli. Sul fondo del tazzone per il caffè occhieggia un formaggino Galbani: ci fa piacere, da 4 giorni non ne mangiamo.
Festeggiati come eroi, con il nostro capogruppo reduci dal Sahara, andiamo quasi in cabina di pilotaggio e siamo quasi tutti lì, tanto che esce il comandante e ci dice “questo non è un aeroplano, è un casino”. Però ride. Poi ottengo, grazie a doti divinatorie, ben 7 salviettine profumate di cui indovino il numero e fra risate, euforia, ecc. atterriamo felicemente a Linate alle 21,40. Peccato! Saluti festosi dall’equipaggio.
All’aeroporto, sorpresa per le porte con cellule fotoelettriche, carrelli, luci, tutto bello. Telefono casa. Che bello, anche questo!
Si pensa di noleggiare un pulmino Hertz, ma costa 250.000 lire e allora prendiamo il treno dopo il trasferimento in pullman alla stazione Centrale. Sono le 23, parte alle 00,02 e arriviamo a Torino alle 1,50. Combinazione c’è un treno per Asti alle 2,10. Lo prendiamo quasi al pelo con Pic e alle 3 e passa siamo ad Asti. Depositiamo gli zaini – pesanti! – al bagagliaio e ci incamminiamo, ricchi di storia e d’esperienza, per una fredda e solitaria città tutta per noi.
Al Ligure le nostre strade si separano. Baci finali: siamo stati bene insieme.
Passiamo da mamma a prendere le chiavi, chiacchiere, alle 4,52 siamo a letto. Alle 5,05 dormiamo.
Africa, mi sei dentro. Questa casa mi sta stretta. A presto!
Quest'inverno, che si prolunga fin quasi alle soglie della primavera, che tanti disagi comporta alle persone nella loro vita quotidiana, è però il benvenuto per gli amanti degli sport invernali, che trovano in montagna, in questa stagione ormai avanzata, piste perfettamente innevate e neve farinosa, come solo il pieno inverno può dare.
Sono stato ospite in casa di amici al Monginevro, dove ci siamo tolti la voglia di sciare.
Avevo con me una piccola telecamera da applicare al casco, e così ho potuto documentare le nostre discese, facendone un DVD che scherzosamente ho intitolato "Les professeurs de ski".
L'idea me l'ha data un gruppo di sciatori che, vedendoci scendere, ci ha chiesto appunto se eravamo "professeurs de ski".
Forse non avevano ancora smaltito la sbornia della sera precedente!
Mah! Giudicate voi!
A rotta di collo dal Colletto Verde: (n.b.: per vedere il video cliccare su Guarda su YouTube)
Il Natale è la festa più bella per i bambini. A loro voglio fare un regalo: il presepe che ho costruito. A questo link troveranno tutti i pezzi per farlo, con un po' di pazienza. Ma il Natale è anche l'occasione, per gli adulti, di ritornare un po' bambini. E quindi questo dono è anche rivolto a tutti coloro che vorranno abbandonare per un po' di tempo le loro preoccupazioni, i loro timori, le loro incertezze. Con l'augurio che questo momento di serenità ritrovata possa continuare anche dopo il Natale.
La notizia, riportata da "La Stampa" di martedì 22 settembre:
Da notare che il lunedì "La Stampa", su 4 pagine interamente dedicate al Palio, comunicava il fatto, in fondo alla cronaca della "corsa", con queste parole:
".................... Non arrivato Castell'Alfero, il cui cavallo si è azzoppato." Stop. Fine della cronaca.
Anche se la notizia dell'abbattimento del cavallo non poteva ancora essere pubblicata, essendo avvenuta nella notte di domenica, una maggiore sensibilità e precisione nell'informazione sarebbe stata doverosa. Io, che al termine della corsa avevo visto alla TV il cavallo immobile sulla pista, ero molto preoccupato per la sorte dell'animale.
Ma evidentemente certa informazione, fin che può, su certe cose tace!
Basta!!! Gridiamolo forte! Basta!
Non se ne può veramente più di queste uccisioni di cavalli al Palio.
Non se ne può più delle lacrime di coccodrillo di chi sbandiera il proprio amore per gli animali, li sfrutta fino a quando possono rendere e poi, quando si tratta di curarli preferiscono ucciderli. Dicono che lo fanno per non fare soffrire l'animale. Sarà vero? Avete idea di quanto costa il mantenimento di un cavallo inattivo? Da un recente servizio televisivo ho appreso che si tratta di circa 3000 euro al mese!! E' ormai una vecchia storia.
Kim (morto al Palio del 1977) (olio su cartone telato, 40 x 35, Alfio Cioffi)
Graspanera (morto al Palio del 1982) (olio su cartone telato, 35 x 40, Alfio Cioffi)
Questi due quadri, che dipinsi nel lontano 1982, dicono l'orrore che provai nell'assistere personalmente (e fu l'ultima volta che presenziai ad un Palio) alla morte di Graspanera, trafitto nel petto da uno spezzone di transenna. Ricordo ancora con orrore il fiotto di sangue che sgorgò dalla terribile ferita, non appena un cavallante incosciente gli estrasse il legno.
Il povero Graspanera in pochi minuti fu svuotato del suo sangue, che allagò la pista.
Un orrore, e mi ripeto perchè non trovo altro termine adeguato, che non riesco a dimenticare. Già allora raccolsi un notevole numero di firme, per chiedere, se non l'abolizione del Palio, almeno la sostituzione delle fragili transenne in legno con qualcosa di più robusto, cosa che venne fatta con la massima calma. Già nel 1977 era già successa la stessa identica cosa con il cavallo Kim, ma nel 1982 nessuno aveva ancora provveduto. Basta!!! Vogliamo civiltà, subito!!! Siamo stanchi di fare petizioni, raccogliere firme, ascoltare proclami! L'ultimo, della settimana scorsa, che assicurava che i cavalli sarebbero stati visitati da un'equipe veterinaria e che avrebbero corso solo i cavalli in grado di affrontare i tremendi sforzi su una pista assurda.
Dopo poche ore, senza neppure cadere, la cavalla Madrina si fratturava lo stinco nel corso della finale!
E allora, come la mettiamo? Era idonea Madrina? Era idonea la pista? Vergogna!!! Basta con il Palio!!!! Mandiamo a casa gli amministratori senza coraggio e copriamo di disprezzo chi ama queste manifestazioni incivili!
AI LETTORI: Chi si trova in sintonia con questo mio sfogo, per favore, me lo dica! Nei commenti ha la possibilità di farlo.
In questi frangenti si ha sempre la sensazione di essere troppo soli.
Voglio dedicare un post alla mia collezione di cactus. Sono piante che trovo affascinanti, di una bellezza selvaggia, che mi evocano scenari di deserti infuocati, di caos rocciosi che accolgono, inospitali, questi miracoli della natura.
Devo essere sincero, guardando le mie piante allineate nei loro vasetti, ordinate, con la loro targhetta, mi sento un po' colpevole. E' come tenere in gabbia delle fiere. Ben altra sistemazione meriterebbero questi capolavori della natura. Non potendo far meglio, però, cerco di farmi perdonare accudendole nel modo più naturale possibile, senza eccessive cure, ma rispettando i loro bisogni essenziali, attento ai segnali di eventuali sofferenze.
E viene un giorno in cui, esuberanti, ti ringraziano con fioriture meravigliose, quasi commoventi.
La collezione
Echinopsis subdenudata
Rebutia Heliosa var. Condorensis
Notocactus Uebelmannianus
Mi spiace, non posso, in questo spazio, mostrarvi tutte le fotografie che lo meriterebbero. Però, al momento opportuno, non mancherò di documentare le fioriture più spettacolari. Per tutti coloro che amano questi - e mi ripeto - miracoli della natura.
Il solstizio d'estate è stato celebrato a Montiglio Monferrato con il festival "Castello in musica - Magie di suoni nel giorno del solstizio", ormai alla sua dodicesima edizione.
Tra le dolci colline del Monferrato, dallo splendido castello che domina Montiglio, si sono levate note che hanno creato quella magia a cui fa riferimento il sottotitolo del festival.
Numerosi complessi musicali, valenti solisti, hanno contribuito a questo evento che ormai, oltre a rappresentare un incontro di dimensione internazionale per qualità, proposte e scelte artistiche, si inserisce come una realtà produttiva di profondo stimolo verso una sempre più feconda attività artistica futura.
Così il festival ha mantenuto fede ai suoi "spazi caratteristici": i suoni e i linguaggi di molteplici forme di espressione sonora, la musica classica, il jazz, la musica etnica, la musica popolare e altro ancora hanno coabitato per tre giorni in un'unica grande "casa" dei suoni. Di queste giornate voglio ricordare in particolare, anche per le suggestioni visive, l'esibizione del coro "Cantus Comites", di cui fa parte Mara, mia moglie, e della "Big Band Jazz Company", le cui proposte musicali mi hanno regalato grandi emozioni.
Il coro "Cantus Comites" e il direttore, maestro Marco Roncaglia
Il maestro Marco Roncaglia spiega al pubblico "i tanti, affascinanti perchè" - per usare le sue parole - dei brani musicali in programma.
La sezione soprani - tenori
La sezione contralti - bassi
La soprano solista Antonella Lucio
I solisti Simone Rebola (tenore) e Simone Cascarano (basso)
Dopo le suggestioni create dal coro "Cantus Comites" nell' esecuzione di brani di "giganti" della musica classica, come Bach, Schubert, Grieg, Rachmaninov, nel castello di Montiglio sono risuonate le note di altri maestri della musica, questa volta jazz. Il concerto della Big Band Jazz Company era infatti dedicato ai miti della musica jazz americana. Si legge nella brochure di presentazione:
"Le musiche di due giganti degli anni Quaranta americani, Benny Goodman e Duke Ellington, faranno da sfondo ad un percorso in cui le culture musicali si intersecano e si incontrano.
La serata sarà infatti una dedica al "Jazz in bianco e nero", un incontro delle due facce, appunto quella bianca e quella nera, del progresso degli anni Trenta e Quaranta.
Lo spirito fumoso e intellettuale dei club newyorkesi si incontrerà con le orchestrazioni corali tipiche dei party esclusivi delle metropoli americane.
Un concerto d'eccezione, con esecutori di grande spessore, che offrirà al pubblico, appassionato o meno, una prospettiva diversa da cui guardare i grandi classici del jazz americano"
Lia Lizzi Balsamo, direttore artistico del festival, presenta la Big Band Jazz Company
La "Big Band Jazz Company"
La sezione sax
Il direttore della band, Gabriele Comeglio, al sax
Ubaldo Busco al sax baritono
Gabriele Comeglio al clarino
Una intensa espressione di Gabriele Comeglio al clarino
Clarino e sax: Benny Goodman dreaming
Alberto Bonacasa al piano e Roberto Trapella alla chitarra
La chitarra di Roberto Trapella
Vittorio Cazzaniga al sax
Vibra il sax di Gabriele Comeglio
Onde di musica
Mauro Parodi al trombone
Trascinante assolo al trombone di Mauro Parodi
Emilio Soana alla tromba
Emilio Soana: una grande tromba, un grande assolo
La voce, Caterina Comeglio
La suadente, graziosa Caterina Comeglio, accompagna con la sua calda voce le ultime note di questo eccezionale concerto, straordinario anche per le suggestioni visive che ha saputo offrire.
Il seguente video documenta l'intervento di quattro giovani coraggiosi che, nell'arena di Barcellona, mentre il toro agonizzante viene ulteriormente torturato dal torero, aiutato come sempre da un nutrito gruppo di peones, penetrano nell'arena chiedendo pacificamente, con cartelli, l'abolizione della corrida.
La visione di questo video mi induce a alcune considerazioni: - l'infinita pietà che mi provoca la vista delle sofferenze del toro; - il numero veramente esiguo degli avvoltoi (senza offesa agli avvoltoi) appollaiati sulle gradinate che godono di questo spettacolo (!), dimostrazione che poi la corrida non è fortunatamente così popolare come alcuni vogliono far credere; - la ovvia e scontata considerazione sul "coraggio" degli addetti al massacro del toro; - la violenza con cui sono stati trattati i manifestanti e il tentativo evidente, da parte dei massacratori e dei loro complici, di evitare la divulgazione di foto. C'è una evidente paura che l'opinione pubblica venga informata di questi eventi, vogliono il silenzio (dimostrazione lampante: la rimozione del video riportato all'inizio di questo post!!!); - infine, chi è violento con gli animali lo è sempre: con tutti! Non aiutiamo i massacratori col silenzio: esprimiamo il nostro disgusto in ogni modo, in ogni sede. Diamo il nostro conforto a chi si impegna, con i mezzi che ha, per ottenere l'abolizione di questo orrore. Così possiamo sperare di assistere presto all'agonia della corrida! E se proprio non si volesse rinunciare a vedere la forza del toro (sano) e il coraggio (vero) dell'uomo nell'arena, ecco come si può sfidare il toro: