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Adunata Nazionale degli Alpini 2016 - Asti

 

16 maggio 2016


Per tre giorni la città di Asti si è trasformata.
Gli alpini giunti ad Asti da tutta Italia e dall’estero hanno sfilato ininterrottamente per dodici ore. Gli astigiani li hanno accompagnati lungo il percorso, applaudendoli dalla strada e dai balconi imbandierati. Questo è stato il culmine della festa che ha coronato una tre giorni all’insegna dell’italianità. Davanti alla tribuna delle autorità sono sfilati in 75mila, salutati dal presidente dell’Ana Sebastiano Favero, dal sindaco di Asti Fabrizio Brignolo e da quello di Torino Piero Fassino, dal presidente della Regione Sergio Chiamparino e dai vertici della Difesa e dell’Esercito: il ministro Roberta Pinotti, i generali Claudio Graziano e Danilo Errico e il comandante delle Truppe Alpine, generale Federico Bonato. I tanti striscioni portati in sfilata hanno sviluppato il motto dell’89ª Adunata: “Custodi della memoria e orizzonte per la gioventù”. “Insegniamo i giovani a ricordare” si leggeva su uno di essi; “Chi crede nei valori non ha paura del futuro”, ammoniva con sano ottimismo un altro. “Se dai dimentica… se ricevi ricorda!”, un precetto seguito alla lettera dagli alpini e dai tanti volontari della Protezione Civile dell’Associazione che hanno sfilato con tutte le loro specialità e che durante l’alluvione del 1994 sono stati tra i primi a soccorrere la popolazione. Tra i momenti più emozionanti c’è stato il saluto di papa Francesco, astigiano d’origine: “Un pensiero speciale rivolgo agli alpini riuniti ad Asti per l’Adunata nazionale. Li esorto ad essere testimoni di misericordia e di speranza, imitando l’esempio del Beato don Carlo Gnocchi, del Beato fratel Luigi Bordino e del venerabile Teresio Olivelli che onorarono il Corpo degli alpini con la santità della loro vita”. Particolari anche il gigantesco tricolore, sventolato dagli alpini della Sezione Reggio Emilia e i parà alpini che correndo hanno gonfiato le vele del paracadute sulle quali si leggeva “Marò liberi!”. Ad assistere alla sfilata c’erano anche il maresciallo Luca Barisonzi, gravemente ferito in Afghanistan e costretto su una sedia a rotelle, e la penna nera più “vecia”, il biellese Silvio Biasetti, 103 anni. L’ovazione finale, quando già il sole stava tramontando ma il calore della città continuava a farsi sentire, è andata alla Sezione di Asti, ultima a sfilare, guidata dal suo presidente Adriano Blengio che ha organizzato una indimenticabile Adunata. In piazza San Secondo, in serata, c’è stato lo scambio della stecca in un ideale passaggio del testimone tra le due città ospiti: arrivederci a Treviso il 12, 13, 14 maggio 2017 per l’Adunata del Piave.






Nei due giorni precedenti la sfilata, la città è stata invasa da una miriade di alpini, con i loro animali, con i loro mezzi fantasiosi, con la loro allegria. Tra i primi ad arrivare sono stati i due muli, July e Allumette, partiti da Brozolo con i loro accompagnatori il martedì precedente e giunti, dopo due giorni di cammino, alla sede ANA di Asti:










e poi, con i loro mezzi strani,




con le loro trovate goliardiche,



con le loro mascotte,



con il loro vino,






con i loro cori,





con le loro armi.





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Una giornata ad Asti

13-12-2015


Una visita virtuale alla città di Asti, con le sue chiese, i suoi monumenti e i suoi palazzi. Con un assaggio dei suoi vini e della sua gastronomia!
Il problema più grosso che ho trovato durante la realizzazione di questo filmato è stato la scelta delle fotografie: ci sono talmente tante bellezze ad Asti che ne ho dovute escludere moltissime che avrebbero meritato di apparire. Il filmato sarebbe stato troppo lungo!
(n.b.: per vedere il video cliccare su Guarda su YouTube)





Vergogna al palio di Asti

27-09-2015

L'ho sempre detto: disprezzo profondamente i politici, gli addetti al palio e tutti coloro che con le loro idee sostengono questa barbarie e ne permettono il perpetuarsi.
E l'ennesima giustificazione di questo mio disprezzo è quanto è avvenuto in questi giorni, in seguito all'infortunio del cavallo di San Secondo. Per giorni la sua uccisione, avvenuta la sera stessa dell'evento, è stata nascosta. Oltre tutto stupidamente, poichè non si poteva pensare che la verità prima o poi non trapelasse. Non solo, ma sono state divulgate notizie false. Come si legge in un articolo de La Stampa, il rettore di San Secondo, Maurizio Bertolino, e il presidente della commissione veterinaria del palio, Fulvio Brusa, hanno sostenuto delle falsità. Due bugiardi! 
L'ex capitano del palio, Paolo Raviola, costretto dall'evidenza dei fatti, ora cerca di giustificare il suo silenzio. Omertoso e opportunista!! 
Il sindaco di Asti, Fabrizio Brignolo e l'assessore al palio, Massimo Cotto, che ovviamente non potevano non sapere, non si sono resi conto che il loro silenzio costituiva un'offesa ai cittadini astigiani. Due politici!
Persino i paliofili si dovrebbero sentire offesi da questa vergognosa manfrina. Molti di loro, confidando nell'onestà dei loro beniamini, hanno fatto la figura degli imbecilli!
Ce n'è per tutti!
Ed ora, che la notizia è di dominio pubblico, questi signori, invece di chiedere scusa, accampano scuse puerili, peggiorando ancora, se fosse possibile, la figuraccia.
Massimo Cotto dice - arrampicandosi sugli specchi - che la notizia non è stata divulgata per rispetto della privacy dei proprietari del cavallo!! Ma non spiega perchè si è sostento il falso! 
Il sindaco sorvola sul silenzio e sulle menzogne, e come un disco rotto, ripete le solite baggianate, "anche negli ippodromi i cavalli muoiono", "Asti adotta gli accorgimenti più efficaci in materia di sicurezza"!!  

Sono triste. Non per quanto sopra, da certe persone certi comportamenti non mi sorprendono.
Sono triste per il cavallo, per l'ennesima vittima di quella manifestazione incivile che è il palio.


Da La Repubblica del 26 settembre 2015:

Muore un cavallo al palio di Asti, la notizia resta segreta
Il purosangue del rione San Secondo azzoppato in gara, abbattuto poche ore dopo. Gli animalisti attaccano, il decesso smentito per giorni. Il sindaco Brignolo: "Siamo addolorati ma non è colpa del palio"
di VERA SCHIAVAZZI


26 settembre 2015


Muore un cavallo al palio di Asti, la notizia resta segreta
Ecco il cavallo ferito e poi abbattuto
 
Un cavallo si infortuna al Palio d'Asti, i veterinari decidono che non è possibile operarlo e già alle dieci di sera di domenica 20 settembre, d'accordo con i proprietari, lo anestetizzano e lo sopprimono. Fin qui, la storia potrebbe essere solo una delle tante, tristi storie che ormai da anni spingono gli animalisti a chiedere di vietare le gare come quella di Siena e, appunto, di Asti. Invece, la morte di Doctor Cini, il cavallo del rione San Secondo che aveva come fantino Dino Pes e che l'aveva "scosso" sbattendo contro le pareti imbottite, è stata tenuta segreta dall'intera città. Con qualche dichiarazione fasulla, come quella del rettore di San Secondo Maurizio Bertolino, che martedì ha dichiarato "per il momento la situazione del cavallo si presenta stabile, non ci resta che aspettare e sperare", mentre il presidente della commissione veterinaria del Palio, Fulvio Brusa, confermava l'avvenuto intervento.
Inutilmente Nadia Zurlo, la responsabile dei cavalli all'interno della Lav, continuava a postare su facebook comunicati e a telefonare a tutte le istituzioni coinvolte. Doctor Cini, che al Palio era però chiamato Davide Umberto è il quattordicesimo cavallo che muore al Palio d'Asti, dopo che nel 2013 un animale si era rotto la spina dorsale. "E' una cosa delicata - commenta un ex Capitano del Palio, Paolo Raviola - che forse si voleva attendere a rendere pubblica. La nostra pista è sicura, i cavalli galoppano in modo certo meno innaturale che nelle corse a ostacoli. Purtroppo questi incidenti possono succedere, ma gli astigiani amano i cavalli e non vogliamo ritrovarci a chiudere la manifestazione per via delle proteste degli animalisti".
"La morte del purosangue al Palio di Asti addolora profondamente la Città e tutti gli appassionati di cavalli". Così il sindaco di Asti, Fabrizio Brignolo commenta la notizia della morte dell'animale che, domenica scorsa, si era infortunato alla manifestazione astigiana. "Il fatto - prosegue Brignolo - non pare riconducibile alla tipologia della corsa, ma appare essere un infortunio analogo a quelli che si verificano purtroppo spesso in allenamento o nelle corse in ippodromo". Brignolo ha spiegato, inoltre, che "quello di Asti è il Palio che adotta gli accorgimenti più efficaci in materia di sicurezza".


La cattedrale di Santa Maria Assunta ad Asti

13-06-2015

Continuando la nostra visita alla città di Asti, ci dedichiamo oggi al complesso religioso più importante, non solo della città, ma dell'intero Piemonte. Si tratta della meravigliosa Cattedrale gotica, che appare in tutta la sua grandiosità al visitatore che, percorrendo la via Caracciolo, si affaccia sulla piazza. La facciata, a sinistra, e il lato sud, di fronte, fanno immediatamente capire il valore architettonico del complesso. Ammirato l'esterno, attraverso il mirabile protiro Pelletta, si accede all'interno della chiesa, denso di opere d'arte.
Un accurato elenco lo si trova sul sito del Comune di Asti: 

"La Cattedrale di Asti, intitolata all’Assunta, è uno dei più bei esempi di edificio religioso gotico in Piemonte, ottima testimonianza del gusto artistico che contraddistingueva quest’area. Venne costruita su un’area romana, come hanno testimoniato gli scavi archeologici della zona del cimitero e che hanno messo in risalto anche le strutture e le fondamenta dell’antica chiesa di San Giovanni, che occupa il lato nord dell’isolato. Quest’area, dove forse era presente il tempio dedicato a Giunone, venne interessata ben presto da una serie di lavori architettonici che portarono prima alla costruzione della chiesa di San Giovanni, dove sono presenti le testimonianze più antiche, e poi alla costruzione della cattedrale dal sec. XI. Tra il 1295 e il 1350 venne innalzata la cattedrale attuale. Si tratta di una imponente chiesa orientata con l’abside ad est, a tre navate, a pianta latina: fino al 1710 mantenne anche internamente il suo aspetto gotico. Le pareti e le volte interne, molto probabilmente decorate con affreschi del XIII-XIV secolo (come si nota in alcuni ritagli emersi da recenti indagini) furono ridipinte e i costoloni della volte demoliti. Durante il Seicento vennero, inoltre, aperte tre cappelle sul lato nord. I capitelli decorati con motivi vegetali, zoomorfi, antropomorfi e grotteschi restano a testimonianza dei lavori effettuati nel cantiere gotico. Interessanti sono quelli raffiguranti san Giorgio che uccide il drago, il tradimento di Giuda e la favola latina della volpe e della cicogna . Di notevole interesse sono anche le tre fonti battesimali: due sono più piccole ed antiche con figure grottesche ed animali fantastici risalenti all’XI-XII secolo : i basamenti sono dei capitelli corinzi di riutilizzo; l’altra, posta all’inizio della navata nord, è una vasca di forma ottagonale decorata da testine angeliche e sostenuta da otto colonnine. Da notare lo stemma della famiglia De Gentis . La parte più antica del fabbricato della Cattedrale è la torre campanaria la cui costruzione viene fatta risalire alla prima metà dell’XI secolo . Esternamente la chiesa ha mantenuto il suo aspetto di cattedrale gotica. Sulla facciata sono presenti tre rosoni, il centrale di maggiori dimensioni , decorati con motivi geometrici e vegetali. Tre erano gli ingressi: ora si è mantenuto solo quello centrale che presenta anche le decorazioni più importanti; le due ante della porta sono separate da una colonnina con capitello decorato con l’annunciazione a Maria e la visita ad Elisabetta . Ai lati del portone, a sinistra , è raffigurato Cristo in Maestà con angeli e una piccola scena del Giudizio Universale, seguiti da tre santi intervallati da palmette e da una scena rappresentante un giovane che sostiene un vecchio. Sul lato destro del portone è raffigurata l’Incoronazione della Vergine , seguita da tre santi analoghi a quelli sul lato sinistro: al termine si trova una raffigurazione di Sansone che lotta col leone. I due portali chiusi presentano invece decorazioni zoomorfe, antropomorfe e vegetali. Sulla piazza si apre un secondo ingresso , più recente di quello della facciata e fatto costruire dalla famiglia Pelletta durante i lavori della seconda cattedrale nella prima metà del XIV secolo: si tratta di una pregevole opera con sculture e bassorilievi di gusto francese . A sorreggere la struttura a doppio arco (il primo a sesto acuto e il secondo carenato, posto al di sopra del primo) una serie di colonnine in cotto e arenaria. Al termine delle colonne troviamo quattro sculture di santi in marmo, due per parte e raffiguranti, da sinistra, san Gerolamo, san Pietro, san Paolo e un santo vescovo (Bruningo?). Tra i due archi, decorati con motivi vegetali, si trova la statua in marmo della Vergine attorniata da testine angeliche: ai lati vi sono due medaglioni con la raffigurazione del Sole e della Luna. Sopra la Vergine una testina in arenaria, chiamata “la Madama Troyana”, si affaccia da un’apertura circolare ad imitazione di una finestra. Al di sopra del portone ligneo, inserito all’interno di tre edicole, vi è un affresco raffigurante l’Annunciazione e Cristo nel sepolcro . 
Sul lato est della chiesa vi è un edificio conosciuto come il “Chiostro dei canonici”: costituito da un portico a due archi è sovrastato da un’ampia aula e affiancato da una struttura cava che ricorda per forma una torretta ma che in passato doveva svolgere la funzione di cappella. L’edificio è da far risalire probabilmente all’XIV secolo. Dietro all’abside si trova la sacrestia, fatta costruire durante il XVIII secolo.

Tra le opere d'arte all'interno della chiesa:

"Sposalizio della Vergine, di Gandolfino da Roreto (1510-12) nella navata sinistra, cappella di San Giuseppe o dello Sposalizio della Vergine.
Eseguito su committenza della famiglia Cacherano, il dipinto fu collocato all’ inizio dell’Ottocento sull’altare proveniente dalla chiesa soppressa di S. Giuseppe (quest’operazione causò la perdita della cornice originale). Il dipinto è tra quelli più antichi dell’artista, che pur non rinunciando ancora al gusto decorativo della pastiglia dorata, ambienta la scena in uno spazio architettonico che trova riscontro nell’ambiente di influsso bramantesco. Oltre ai raffinati apparati decorativi che vedono, tra l’altro, i tessuti preziosi e la bella lumiera che pende dal soffitto, altra particolarità è la personale trattazione iconografica che attesta l’attenzione dell’artista e dei committenti ai temi della devozione mariana: al matrimonio della Vergine partecipano i genitori Gioacchino e Anna.


Cappella di San Giuseppe o dello Sposalizio della Vergine
Si tratta della terza cappella della navata settentrionale del duomo, la quale dal 1516 fu di patronato dei conti Cacherano di Villafranca, i cui discendenti ne promossero la ricostruzione a metà del Seicento. Intorno al 1728 la cappella divenne proprietà della famiglia Alfieri Curbis (qui fu sepolta la madre di Vittorio Alfieri). L’altare marmoreo con coppie di colonne tortili proviene dalla chiesa conventuale di San Giuseppe soppressa in età napoleonica, mentre sono ottocentesche le pitture con angeli e simboli della Passione e le decorazioni del sottarco e del prospetto. Santa Parentela, San Dalmazzo, San Secondo, San Biagio e San Gerolamo e Pietà, 1501.
Transetto destro, cappella dei Santi Gerolamo, Biagio e Filippo Neri
Il polittico è oggi inserito nell’altare barocco della cappella che, fino alla metà del Quattrocento, fu di patronato della nobile famiglia Pelletta. L’opera é composta dalla tavola centrale con la Genealogia della Vergine e della Santa Parentela, secondo un testo apocrifo trascritto sul dipinto stesso. Le tavole laterali rappresentano San Biagio e San Gerolamo, San Secondo e San Dalmazzo nella parte alta sormontata dalla lunetta con la Pietà. Il tema della Sacra Parentela, popolare tra il XV e il XVI secolo e legato soprattutto alla tradizione tedesca (il soggetto del triplice matrimonio di S. Anna sarà condannato dal Concilio di Trento) è presente in altre opere di Gandolfino (Casale Monferrato, Chiesa di Sant’Antonio; Grignasco, Chiesa di Santa Maria Assunta e Duomo di Torino, sacrestia). I dipinti mostrano legami con la cultura pittorica della Lombardia, in particolare la conoscenza dell’opera di Ambrogio Borgognone, ma anche l’intervento di collaboratori dell’artista.

Cappella dei SS. Biagio, Gerolamo e Filippo Neri
Fu fondata nel XV secolo dalla nobile famiglia Pelletta. L’aspetto attuale risale all’ultimo decennio del Seicento, quando il Capitolo, su permesso degli antichi patroni, aggiunse la dedicazione a San Filippo Neri. Il polittico di Gandolfino fu allora smembrato e ricollocato sulla grandiosa macchina d’altare di legno dorato e dipinto, mentre la volta e le pareti accolsero gli affreschi di Salvatore Bianchi con l’Apoteosi di San Filippo Neri e fatti della sua vita. Nell’urna dell’altare si conserva il corpo del Beato Enrico di Comentina traslato nel 1801 dalla chiesa conventuale di S. Francesco. Il baldacchino che sormonta l’altare è dono del conte Amico di Castell’Alfero. Risalgono invece ai lavori degli anni 1892-1894, le figure della Fede e della Speranza e dell’Apostolo Tommaso dipinte da Roberto Bonelli. Compianto sul Cristo morto, sec. XVI, primo decennio.

Antisacrestia
La tavola potrebbe essere approdata in Cattedrale a seguito delle soppressioni napoleoniche dei complessi conventuali di Asti, da cui provengono gli altri dipinti esposti alle pareti di questo locale del duomo. La luminosità del paesaggio parte integrante di questa sacra rappresentazione e la posizione diagonale del Cristo si richiamano a modelli della pittura fiamminga, presenti ad Asti nel XV secolo grazie alle attività economiche intrattenute dai banchieri coi Paesi Bassi. Madonna con Bambino in trono, tra San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista, San Pietro, San Paolo ed il committente Oberto Solaro, 1516

Navata sinistra, altare di San Giovanni Battista
Questa tavola, già depositata presso la vicina chiesa di San Giovanni, fu collocata sull’attuale altare marmoreo nel 1809, operazione che comportò la riduzione della cornice e la perdita dell’iscrizione che indicava la data del dipinto ed il nome del committente, l’avvocato e governatore di Govone Oberto Solaro. Quest’ultimo, ritratto inginocchiato ai piedi della Vergine, fu erroneamente indicato come banchiere. In onore al rango del Solaro, nella pala sono raffigurati manufatti tessili di lusso: il damasco dell’abito dell’ angelo musicante, il baldacchino di seta (ispirato ai modelli della pittura veneta) ed il tappeto del trono intessuto d’oro di fattura ispanico-moresca. Particolari raffinati sono i riflessi del vaso di garofani e del calice d’oro dell’ Evangelista.

Cappella di San Giovanni Battista
Già sepolcro della famiglia Laiolo dopo la metà del Trecento e intitolata a S. Stefano, la cappella fu riedificata tra il 1620 e il 1624 per il patrocinio dei conti Asinari di Casasco. L’aspetto attuale si deve alle modifiche dei due secoli successivi, ma si conserva la decorazione a stucco del sottarco. Gli affreschi sono del tardo Settecento, mentre l’altare marmoreo proviene dalla cappella del Crocifisso della soppressa chiesa conventuale di San Giuseppe e sostituì quello originale nel 1809. Fonte battesimale, 1470-1480

Il fonte marmoreo con vasca ottagonale proviene dalla vicina chiesa di San Giovanni e presenta lo stemma del committente, l’arcidiacono Giacomo De Gentis. La vasca poggia su una fascia in cui volti umani e foglie si alternano allo stemma con il ramo con le tre ghiande, mentre i tre gradini circolari mostrano in più parti il reimpiego di marmi antichi: si veda l’iscrizione parzialmente leggibile sul primo dei gradoni riferibile alla lapide romana della tribù Pollia. L’arcidiacono De Gentis, tra gli esponenti più rilevanti del clero astese, promosse i lavori di ripristino degli edifici sacri del Capitolo di Asti. Acquasantiere con stemma gentilizio della famiglia Mazzola, 1520

Le due belle acquasantiere furono commissionate nel 1520 dall’esponente della famiglia Mazzola, preposito di Alba e canonico del Duomo di Asti, qualifiche riportate in uno degli esemplari assieme alla data di esecuzione. Le opere presentano richiami ai modi degli scultori fiorentini attivi nel Duomo di Torino. 

Compianto sul Cristo morto, 1500-1502
Il gruppo scultoreo proviene dalla cappella dell’Ascensione o della Madonnina, di patronato della potente famiglia Malabaila che, parallelamente ai lavori promossi nella cappella di famiglia, promosse la costruzione del palazzo di Via Mazzini. I lavori in Duomo, finanziati verosimilmente da Alessandro Malabaila strettamente legato alla corte francese di Luigi XII, sono testimoniati da una lapide all’esterno della cappella. Il Compianto in terracotta policroma si ispira a sculture di area lombarda (le Deposizioni conservate nelle chiese del Carmine di Brescia e di S. Satiro a Milano), con ampio ricorso a parti calcate dal vero. Una mano e le gambe del Cristo vennero ricavate da calchi dal vero."





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Per una suggestiva vista in 3D dell'interno della cattedrale vai sul questo sito.




San Pietro in Consavia - Asti

05-06-2015

Continuiamo il nostro tour della città di Asti con la visita del complesso di San Pietro in Consavia, comunemente noto come Battistero di San Pietro. E' composto da una chiesa a pianta rotonda, dalla quale si accede ad un'aula quadrata, la cappella Valperga. Ritornando sui propri passi, all'uscita della chiesa sulla sinistra si apre l'accesso al chiostro, delimitato sui lati sud e ovest dal porticato. Da qui si vede il lato sud della chiesa rotonda e il tozzo campanile. Al piano superiore del complesso è ospitato il Museo Archeologico, al momento temporaneamente chiuso.
Sul sito del Comune di Asti si legge:

"La chiesa a pianta centrale venne realizzata negli anni 1100-1130, probabilmente per iniziativa del vescovo di Asti Landolfo. Il modello architettonico riproduce l’immagine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, dopo l’entusiasmo suscitato dai successi della prima crociata. La rotonda rappresenta il nucleo più antico conservato in alzato del complesso medievale. La struttura è formata da un ambulacro di otto colonne, inscritto in un perimetro murario circolare all’interno e poligonale all’esterno. Le colonne sono collegate tra loro da archi a tutto sesto, rafforzati nell’intradosso da un costolone. La connessione all’involucro murario è assicurata da otto archi disposti radialmente, accolti da semicolonne addossate alle pareti. La copertura originaria era probabilmente costituita da un semplice tetto ligneo. Una seconda fase architettonica si colloca quando la chiesa vescovile venne ceduta ai cavalieri di San Giovanni (Gerosolimitani), che s’insediarono in modo stabile nel complesso a partire dal 1169. Veniva a cadere così l’antica dedicazione al Santo Sepolcro, sostituita dal titolo di San Pietro di Consavia, conservato fino ad oggi. Per iniziativa dei cavalieri di San Giovanni si realizzarono interventi sulle coperture, vennero aggiunti i contrafforti esterni, la torre campanaria e il vano d’ingresso occidentale.
Nel corso del Duecento si collocano i lavori per l’ospedale, con la creazione del chiostro porticato e delle strutture di servizio, in buona parte ricostruiti nel corso dei restauri promossi da Niccola Gabiani. La data del 1280, incisa nella lapide del priore Oddone Canelli ancora conservata, testimonia l’intervento più importante di ristrutturazione in età gotica. Un’ultima fase nella vita medievale del monumento si verifica nel XV secolo, durante il governo di Giorgio dei conti Valperga, Gran Priore dell’Ordine di Lombardia, morto nel 1467.
Il nobile mecenate promosse un restauro del complesso di San Pietro, con l’aggiunta dell’Aula che oggi porta il suo nome, probabilmente destinata ad accogliere la sua sepoltura. Si tratta di una vasta sala a pianta quadrata, in origine dotata di un’abside quadrangolare rivolta verso sud, oggi scomparsa ma rinvenuta nello scavo archeologico, insieme ai resti di un monumento funerario collocato al centro. Il vano è coperto da una volta a crociera costolonata, poggiante su mensole incastrate nelle pareti angolari.
Nella chiave di volta si riconosce ancora lo stemma del fondatore, mente la sua lapide funeraria in caratteri gotici è conservata all’interno della chiesa. L’Aula Valperga venne decorata da un complesso apparato di formelle figurate in cotto, il più ricco esempio di questa tecnica ornamentale conservato ad Asti."






Asti vista dalla torre Troyana

01-06-2015

Oggi saliamo sulla torre Troyana. Dovremo fare 199 scalini ma, giunti sulla sommità, potremo godere di un panorama fantastico sulla città. In giornate limpide l'occhio spazia fin sulle Alpi.
Sul sito del Comune di Asti si legge:

"La torre che si affaccia su piazza Medici, denominata anche torre dell'Orologio, ha la funzione di torre civica ed è uno dei simboli della città.
Si tratta sicuramente di una delle torri medievali più imponenti, perfettamente compiute e meglio conservate del Piemonte.
A pianta quadrata con lato di circa 5 metri, ha un'altezza di 44 metri e si presenta, sia all'esterno sia all'interno, in muratura a vista.

Elementi caratterizzanti della torre sono le 12 bifore con archi a tutto sesto distribuite su tre piani e la fascia terminale aggettante costituita da tre ordini di archetti ciechi realizzati in cotto e arenaria alternati.
In origine, la torre terminava con terrazzo e merlatura a coda di rondine. In seguito, fu aggiunta la copertura con lanterna che ancora oggi conserva.

La costruzione risale probabilmente alla seconda metà del XIII secolo, al periodo del grande rinnovamento edilizio cittadino, e faceva parte di una casa forte
della famiglia Troya, una delle famiglie dell'aristocrazia mercantile cittadina che praticava l'attività finanziaria in diverse città europee. Nel secolo XV, estintasi la famiglia Troya, la torre passò al Comune che vi installò la campana civica per il suono delle ore e degli altri avvisi di interesse pubblico.

La campana attuale è del 1531 ed è quindi una delle più antiche campane del Piemonte ancora oggi in funzione.
Recentemente, la torre è stata restaurata e aperta al pubblico. Attraverso una scala in legno di 199 scalini, è ora possibile salire al piano dei merli, eccezionale punto panoramico che offre una vista a 360 gradi sulla città e il territorio circostante."









Le torri di Asti

13-05-2015

Continua il tour della città di Asti attraverso le sue torri.
Asti era nota come la città dalle cento torri. Molti dei suoi palazzi medievali ne avevano una, sia per esigenze di difesa sia di prestigio. Purtroppo nel corso degli anni la maggior parte è andata distrutta, e quelle rimaste costituiscono oggi una testimonianza dell'epoca in cui Asti era un importante centro politico e commerciale le cui influenze interessavano l'intera Europa. 








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Le antiche mura di Asti

04-05-2015

Con questo post inizio un tour della città di Asti, dalle sue mura, per continuare con le sue torri, le sue chiese, i suoi monumenti e i suoi palazzi medievali.
Asti è un comune italiano di circa 80.000 abitanti, capoluogo della provincia omonima in Piemonte. "Municipium" romano noto con il nome di Hasta Pompeia, fu sede del ducato di Asti, ducato longobardo della Neustria. Libero comune nel Medioevo, con diritto di "battere moneta", fu uno dei più importanti centri commerciali tra il XII e il XIII secolo, quando i suoi mercanti svilupparono il commercio e il credito in tutta Europa. 
Asti si trova a circa 60 chilometri a sud-est di Torino, nella valle del fiume Tanaro. La città sorge in mezzo a celebri colline, tra le Langhe e il Monferrato, famose in tutto il mondo per i loro vini ed è in una posizione favorevole, anche dal punto di vista del clima, quasi nel cuore del Piemonte.                                                  
(Fonte: Wikipedia)






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Ennesima morte al palio di Asti

15-09-2013

Questo è ciò che è accaduto oggi durante il palio di Asti. E' la documentazione sconvolgente della morte di un povero cavallo, incitato dal fantino a lanciarsi contro il canapo ancora teso. La povera bestia si è letteralmente ribaltata al di là del canapo, atterrando sul collo, con la conseguente frattura delle vertebre cervicali. Non sono un veterinario, ma la dinamica dell'incidente è chiarissima. Soltanto alcuni personaggi, commentatori e giornalisti, tentando di minimizzare l'accaduto e soprattutto di deresponsabilizzare il fantino e tutti coloro che contribuiscono in vario modo al perpetuarsi di questa barbarie, hanno parlato di un imbizzarrimento del cavallo, di un auto-disarcionamento del fantino, di una morte antecedente alla caduta. Tutte falsità che la dicono lunga sulle persone che orbitano intorno al palio.



E questa barbarie si ripeterà, per volontà del consiglio del palio, con l'approvazione del sindaco di Asti, domani, 16 settembre.

Ecco ciò che penso, dopo questa ennesima tragedia al palio di Asti:

Non mi aspetto che persone che non si sono ancora evolute dal medioevo accettino di mettere in discussione il loro divertimento, non mi aspetto che coloro che hanno interessi economici legati al palio rinuncino al loro tornaconto personale, non mi aspetto che i politici abbiano il coraggio di opporsi alla barbarie del palio di Asti.
Mi aspetto invece che tutte le persone civili e intelligenti di Asti, e non solo, manifestino il loro profondo disprezzo per paliofili, trafficanti e politici che permettono il perpetuarsi della barbarie medioevale, ed esprimano il loro dolore per l'ennesima vittima innocente di questa cruenta manifestazione, contrabbandata, come tutti sanno, come tradizione.
L'unica tradizione che io individuo è una tradizione di morte!

Non desidero risposte da paliofili, trafficanti, politici: sono scontate, trite e ritrite, ascoltate fino alla nausea.
Non aggiungerebbero nulla al mio pensiero.

Vergogna a voi!!

NDR: Il video che documentava quanto realmente accaduto è stato rimosso. Come sempre a qualcuno dà fastidio la verità!


Mountain bike a Valmanera


02-06-2012


          Dopo alcune uscite su strada per riprendere un minimo di allenamento con la mia mountain bike, sono andato a fare il sentiero del Colino, a Valmanera, vicino ad Asti. E' un itinerario che mi piace moltissimo, che si snoda per la massima parte tra i boschi. La vegetazione rigogliosa, il terreno mutevole, rende questo percorso estremamente vario. Ogni volta che lo percorri ti appare diverso. Ad esempio, questa volta, le abbondanti piogge della settimana scorsa avevano scavato insidiosi calanchi lungo le discese, per cui bisognava prestare molta attenzione per evitare rovinose cadute. Anche la vegetazione, a volte, può diventare un ostacolo: con l'avanzare della stagione alcuni stretti passaggi saranno completamente invasi, complicando ulteriormente la situazione.
Resta comunque un itinerario bellissimo: quando, dopo numerosi saliscendi, alla fine dell'ultima salita, raggiungi il culmine, il paesaggio si apre, e il tuo sguardo spazia intorno sulle colline dell'astigiano, dimentichi la fatica, e godi del silenzio e dei suoni della natura, intorno. Una meraviglia!

Riguardo al film, ho poi avuto la fortuna di scoprire le musiche di Nixdorux, che mi piacciono moltissimo. Le ho usate come colonna sonora, e penso siano un valore aggiunto determinante, data anche la lunghezza del filmato. Da ascoltare!  
(n.b.: per vedere il video cliccare su Guarda su YouTube)




Rimpatriata in kayak

01-05-2011


Dopo un lungo black out dovuto al crash del mio computer, riprendo i miei post con un evento straordinario.

DOPO 20 ANNI SIAMO RITORNATI IN KAYAK !!

In occasione di una cena dell'ormai estinto Canoa Club di Asti, Roberto, uno dei veterani, ha lanciato l'idea di fare una rimpatriata in canoa su un fiume bellissimo, il Borbera, che non presenta eccessive difficoltà, insomma un fiume adatto a chi, come noi, avrebbe ripreso a cimentarsi con la pagaia e l'acqua viva.
La proposta ha trovato terreno fertile e ha ridestato entusiasmi che parevano sopiti.
  Per prudenza, però, abbiamo deciso di riprendere confidenza con l'acqua sul nostro fiume, il Tanaro, adatto a dei principianti, e così ci siamo ritrovati, inizialmente un po' titubanti, a fare appoggi, agganci e traghetti come ai bei tempi.

I due filmati che seguono, girati con la telecamera GoPro Hero (che si è dimostrata eccezionale anche in canoa), documentano tutto ciò.
(n.b.: per vedere il video cliccare su Guarda su YouTube)











Così, domenica 10 aprile, ci siamo ritrovati, sette veterani di belle speranze, Roberto, Gianni, Paolona, Adriano, Bruno, Nico, Alfio, con Gabriele, l'unico giovane del gruppo, e siamo partiti baldanzosi per le gole del Borbera.
 Abbiamo trovato una giornata splendida, con un livello d'acqua ideale: meglio non poteva andare!
 Tant'è che tutti, senza eccezioni, abbiamo deciso che quella discesa sarebbe stata la prima del nuovo corso!

Eccola qui:






continua ..........


I diari di Mara - Viaggio nell'Hoggar - 9

02-11-2010



2/1/1985, Mercoledì

E’ passato mezzogiorno e siamo ancora qui. Naturalmente non siamo partiti, nonostante le assicurazioni di quello dell’agenzia.


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Ma adesso si è capito forse il perché. Dall’Italia non ci hanno segnalato all’Air Algerie come in partenza da Tam per Algeri: come gruppo non esistiamo proprio.

E fino all’8, e forse al 9, non ci sono voli liberi.

Qualcuno va a Tam per tentare di mettersi in comunicazione con casa. Chissà se ci riusciranno. L’attesa si prolunga, il morale, abilmente mimetizzato da euforia, è a terra. Ma il gruppo d’assalto sguinzagliato in città ha avuto 1000 idee: oltre a comprare viveri per tutti si sono rivolti alla polizia, da lì a quella di frontiera, poi all’Air Algerie, alla Posta per tentare di telefonare al consolato (ma niente da fare), al Ministero dell’Interno, due telex, Pic ad Avventure nel Mondo, Ettore dalla torre di controllo all’Air Algerie di Algeri. Qualcosa comincia a muoversi, si sente nell’aria. Euforia forse esagerata. Intanto è partito il telegramma per casa.

All’una e passa qualcuno è ancora scettico, ma fino alle 2 ad Algeri, all’Air Algerie, non riprendono a lavorare. Intanto si prospettano le soluzioni più svariate: prendere un pullman, ma sono 4 giorni di viaggio se tutto va bene; o un’auto, ma costa un milione, e poi pare che le strade siano interrotte per piogge e inondazioni, che ci sia stato anche qualche morto nel Nord. Ma ad un certo punto arriva un telex da Algeri, alla torre di controllo, a Robert-pas-de-problèmes. Dice che in seguito alle forti pressioni, resisi conto della situazione, forse anche in seguito all’intervento della polizia alla quale avevamo chiesto asilo (rischiavamo di rimanere senza soldi), stanno allestendo tre voli speciali per i prossimi giorni. Qualcuno non ci crede, io sì. All’improvviso, materializzatosi dal nulla, venuto in volo da Djanet con un aereo che noi non potremo prendere, ecco Kirani. Pic crede in un miraggio, ma è proprio lui. In alto i cuori: la magia riesce. Partono ben 12 dei 32 italiani, perché ormai siamo un gruppo unico, unito dalla sventura: i 4 romani, i 2 milanesi, Paolo lo spolverino, Steno che rischia il licenziamento, Rossella, Bea. La magia riesce anche perché “la sala d’aspetto” è stranamente semivuota: ci sono davvero dei posti liberi. Josè è un po’ inviperito: gli scade il visto il 4, deve andare a Parigi, ecc., ecc. Affanno frenetico, quando non si sa ancora chi parte, chi vuol portare le valigie da Robert che le controllerà per la notte, chi le vuole tenere lì. Qualcuno ha un po’ i nervi a fior di pelle. E chi non parte, dove dormirà? Robert potrebbe ospitare 12 donne, si potrebbe ricercare Moktar, al camping non hanno più posto, all’Hotel ci sono 2 sole camere, campeggiare intorno all’aeroporto non si può più: pareva di sì (dalla torre di controllo), ma la polizia ha detto di no nel raggio di 5 km.

Appollaiati, coricati, seduti per terra, abbiamo perso ogni dignità.



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La torre di controllo tuttavia è la nostra centrale operativa e questo ci dà sicurezza. Infatti è di lì che, aumma-aumma, riusciamo improvvisamente a trovare 8 camere all’Hotel: 32 – 12 ci staranno ottimamente. E poi, caricati i bagages nella torre, animo e spalle leggeri, chi in auto, chi in pullman, si torna al Tahat, zozzo quanto mai. Noi riformeremo il Trio Lescano con Pic.

Terza passeggiata di Doro a Tam, dove era già andato per cambiare al nero (che è tre volte quello ufficiale): acquisto di gri-gri e schesch.

Cena con ospite Robert, giro interessato all’aria aperta (i gabinetti del Tahat sono impraticabili), controllo cassa, sempre più vuota, e notte.

Chissà quelli ad Algeri come se la stanno passando e se hanno telefonato a casa. I 2 padovani, “i tristi”, sono proprio 2 stronzi: e questa è la considerazione finale.





3/1/1985 Giovedì


Sveglia alle 7, colazione: primo casino, il pullman è venuto a prenderci alle 7 e se n’è già andato. Affanno: ai taxi non si può telefonare, passano loro (quando gli gira) e Kirani aveva detto ieri di essere all’aeroporto “alla” otto. Sono già quasi le otto. Ma in qualche modo, alla spicciolata, i biglietti in testa, si arriva. Tira una brutta aria: non solo è nuvolo, ma la “sala d’aspetto” è piena, piena che di più non si può. Bagagli, gente sparsa, gruppi. Ci stringiamo a fortificazione intorno ai nostri, già recuperati dalla torre, e comincia l’assurdo. L’impensabile, ancora una volta, è realtà. Il bancone, che è poi un muretto di cemento, è preso d’assalto, gente che ci sale sopra a cavalcioni, in ginocchio, in piedi, urlante, sporca, impolverata, bianca, nera, marroncina, con scarponi Asolo, tacchi a spillo consumati, vecchi mocassini logori, infradito. Non si respira fra fumo, polvere, puzze varie. La ressa si infittisce, arrivano i poliziotti in grigio-verde, con elmetto bianco e striscia rossa, sottomento che invece sta sotto al naso, manganello di legno tragicamente usurato o malamente scolpito. La loro caratteristica precipua è di essere di un buon mezzo metro più bassi della statura media. In compenso strillano e roteano manganelli.



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Passano fortunati in qualche modo, orribilmente pressati, spinti, schiacciati, scaraventati. Le urla dal bancone sono allo spasimo, la polvere volteggia, ad un certo punto volteggiano anche dei bagagli: sono alcuni francesi che hanno pensato di fare una catena per far passare i propri. Che organizzazione! Arriva però un poliziotto che si ferma nel punto più opportuno per interrompere la catena. Ma ecco che arriva Giorgio C. con una notizia: partiamo anche noi! Abbiamo 20 carte d’imbarco! Urla di gioia e di incredulità. La tensione crolla. A me sfuggono lacrime. Volano i bagagli nostri con ritmo perfetto, con loro noi, metaforicamente.

Altra massacrante impresa per entrare nell’anti-sala d’imbarco. Ancora casino, perché stiamo per imbarcarci sull’aereo sbagliato, quello per Costantine. Chiarimento. Attesa. Si smangiucchia. Poi, dopo qualche attimo di grottesco incidente (manca la maniglia per aprire la porta della sala d’imbarco, di qua bussano, di là urlano), risolto dal capo poliziotto che arriva trionfante con la maniglia, si passa una “meticolosa” (!!) perquisizione dei bagagli e poi finalmente all’aperto (ma prima assistiamo alla multicolore sfilata dei passeggeri in arrivo).



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Ultima suspence: hanno scoperto la bombola di gas in uno zaino. Kirani interviene.

Si sale in aereo, ma forse i bagagli sono sull’altro, già, perché ce ne sono due, uno dei quali straordinario. Chissà. Alle 12,30 rolliamo, il Boeing 737 dell’Air Algerie decolla alle 12,40. L’arrivo ad Algeri è previsto fra 2 ore e 15 minuti. Riusciremo a prendere l’aereo per Roma delle 15? E’ quasi impossibile. Ma intanto, sospesi in quel cielo, mi sento male: non è il fisico, è la mente che vacilla. Ce ne andiamo finalmente, eppure vorrei restare. Il deserto laggiù mi affascina, mi attrae, mi afferra l’anima.



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Fino a mezz’ora fa avremmo fatto carte false per partire e adesso mi vien da piangere. Ma è proprio vero che esiste il mal d’Africa? E’ una sottile tristezza, una subdola malinconia, è voglia di restare, è voglia di inginocchiarsi sulla sabbia, di toccarla, di farla scorrere fra le dita, di sentire il vento, di rincorrere il silenzio, di guardare il cielo stellato, di pensare ai poveri bimbi dagli occhietti cisposi, ai Tuareg dagli occhi neri, a quell’universo fatto di niente, a quel niente fatto di tutto, di attesa, di contemplazione, di umanità, di poca erudizione, forse, ma di ricchezza d’animo. E’ l’Africa, o il nostro sogno d’Africa? E’ un miraggio di vita, di pensiero, di sensibilità? O è la vita, il pensiero, la sensibilità? Africa, a presto, ancora una volta.

 L’aereo a Roma non si prende, nonostante le chiamate via aereo per trattenerlo. Le formalità doganali sono troppo lunghe. Allora si cerca affannosamente di cambiare il volo per Milano e Pic ci riesce grazie a un certo Kouba, anche se qualcuno resta ad Algeri. Visita al lussureggiante duty-free di Algeri, acquisto di datteri.

Saliamo così alle 20 sul DC 9 per Milano, dopo check-in, passaggio dogana, passaggio metal detector, passaggio perquisizione, il tutto accelerato dal predetto Kouba.



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Pic sale in 1° classe (omaggio dell’Alitalia, che si vede di colpo 20 passeggeri in più), ma non saprà trattenersi alla vista della pagnottina che rotola per terra dal vassoio: la raccoglierà e se la mangerà. Che strazio!

Noi intanto siamo estasiati. L’aereo è bello, moquettato di verde come le divise delle hostess, tutte profumate (che strana sensazione!). Ci offrono giornali e poi, con generale sorpresa, un vassoio arancione. Lo apriamo e oh! L’”italian style” è veramente sopraffino. Tutto è incartato e sigillato, tutto è in ordine: una fettina impanata e due di arrosto, insalata, crek, pagnottina, sale, pepe, zucchero, latte in polvere, salviettina profumata, tovagliolino, bicchiere sigillato e doppio, chianti Ricasoli. Sul fondo del tazzone per il caffè occhieggia un formaggino Galbani: ci fa piacere, da 4 giorni non ne mangiamo.

Festeggiati come eroi, con il nostro capogruppo reduci dal Sahara, andiamo quasi in cabina di pilotaggio e siamo quasi tutti lì, tanto che esce il comandante e ci dice “questo non è un aeroplano, è un casino”. Però ride. Poi ottengo, grazie a doti divinatorie, ben 7 salviettine profumate di cui indovino il numero e fra risate, euforia, ecc. atterriamo felicemente a Linate alle 21,40. Peccato! Saluti festosi dall’equipaggio.

All’aeroporto, sorpresa per le porte con cellule fotoelettriche, carrelli, luci, tutto bello. Telefono casa. Che bello, anche questo!

Si pensa di noleggiare un pulmino Hertz, ma costa 250.000 lire e allora prendiamo il treno dopo il trasferimento in pullman alla stazione Centrale. Sono le 23, parte alle 00,02 e arriviamo a Torino alle 1,50. Combinazione c’è un treno per Asti alle 2,10. Lo prendiamo quasi al pelo con Pic e alle 3 e passa siamo ad Asti. Depositiamo gli zaini – pesanti! – al bagagliaio e ci incamminiamo, ricchi di storia e d’esperienza, per una fredda e solitaria città tutta per noi.

Al Ligure le nostre strade si separano. Baci finali: siamo stati bene insieme.

Passiamo da mamma a prendere le chiavi, chiacchiere, alle 4,52 siamo a letto. Alle 5,05 dormiamo.

Africa, mi sei dentro. Questa casa mi sta stretta. A presto!





Palio di Asti - La morte di Madrina

24-09-2009


La notizia, riportata da "La Stampa" di martedì 22 settembre:



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Da notare che il lunedì "La Stampa", su 4 pagine interamente dedicate al Palio, comunicava il fatto, in fondo alla cronaca della "corsa", con queste parole:

".................... Non arrivato Castell'Alfero, il cui cavallo si è azzoppato."  Stop. Fine della cronaca.

Anche se la notizia dell'abbattimento del cavallo non poteva ancora essere pubblicata, essendo avvenuta nella notte di domenica, una maggiore sensibilità e precisione nell'informazione sarebbe stata doverosa. Io, che al termine della corsa avevo visto alla TV il cavallo immobile sulla pista, ero molto preoccupato per la sorte dell'animale.

Ma evidentemente certa informazione, fin che può, su certe cose tace!



Basta!!! Gridiamolo forte! Basta!


Non se ne può veramente più di queste uccisioni di cavalli al Palio.

Non se ne può più delle lacrime di coccodrillo di chi sbandiera il proprio amore per gli animali, li sfrutta fino a quando possono rendere e poi, quando si tratta di curarli preferiscono ucciderli. Dicono che lo fanno per non fare soffrire l'animale. Sarà vero? Avete idea di quanto costa il mantenimento di un cavallo inattivo?  Da un recente servizio televisivo ho appreso che si tratta di circa 3000 euro al mese!!

E' ormai una vecchia storia.




Kim
 Kim  (morto al Palio del 1977)
(olio su cartone telato, 40 x 35, Alfio Cioffi) 



Graspanera
Graspanera  (morto al Palio del 1982)
(olio su cartone telato, 35 x 40, Alfio Cioffi) 

Questi due quadri, che dipinsi nel lontano 1982, dicono l'orrore che provai nell'assistere personalmente (e fu l'ultima volta che presenziai ad un Palio) alla morte di Graspanera, trafitto nel petto da uno spezzone di transenna. Ricordo ancora con orrore il fiotto di sangue che sgorgò dalla terribile ferita, non appena un cavallante incosciente gli estrasse il legno.

Il povero Graspanera in pochi minuti fu svuotato del suo sangue, che allagò la pista.

Un orrore, e mi ripeto perchè non trovo altro termine adeguato, che non riesco a dimenticare.

Già allora raccolsi un notevole numero di firme, per chiedere, se non l'abolizione del Palio, almeno la sostituzione delle fragili transenne in legno con qualcosa di più robusto, cosa che venne fatta con la massima calma. Già nel 1977 era già successa la stessa identica cosa con il cavallo Kim, ma nel 1982 nessuno aveva ancora provveduto.
Basta!!! Vogliamo civiltà, subito!!!
Siamo stanchi di fare petizioni, raccogliere firme, ascoltare proclami! L'ultimo, della settimana scorsa, che assicurava che i cavalli sarebbero stati visitati da un'equipe veterinaria e che avrebbero corso solo i cavalli in grado di affrontare i tremendi sforzi su una pista assurda.

Dopo poche ore, senza neppure cadere, la cavalla Madrina si fratturava lo stinco nel corso della finale!

E allora, come la mettiamo? Era idonea Madrina? Era idonea la pista?

Vergogna!!!
Basta con il Palio!!!!
Mandiamo a casa gli amministratori senza coraggio e copriamo di disprezzo chi ama queste manifestazioni incivili! 


    
AI LETTORI: Chi si trova in sintonia con questo mio sfogo, per favore, me lo dica! Nei commenti ha la possibilità di farlo.

In questi frangenti si ha sempre la sensazione di essere troppo soli.

Grazie!

Vedi anche Ministro Brambilla